Banchi silenziosi che meditano in mezzo ad un giardino; banchi che contemplano il Tamigi; banchi che aspettano nelle piazze le ore piú frequentate, le ore dell'abbondanza; banchi di chiesa, invecchiati da tanto silenzio, esasperati dalla solitudine, ansimanti di Domeniche affollate; banchi di scuola, stanchi ma carichi di storia, scolpiti nelle loro superfici da ogni serie di oggetti, da coltelletti a serramanico a forcine per capelli, da monete a forbici.
Banchi che contengono testimonianze d'amore; banchi che portano i nomi d'altri, di quelli che non vivono piú. Banchi che sono poesia in se stessi, perche presenziano silenziosi tutte le albe e i tramonti del mondo; banchi che democraticamente abbracciano qualunque abbia bisogno di loro, senza distinzione.
E il discreto incanto delle sedie. Sedie che servono da tavola, da comodino, da scrivania, da sedia in sé certo, per sedercisi su; sedie che decorano; sedie che guardano dal terrazzo, godendosi il tramonto; sedie che aspettano, sempre, l'arrivo di qualcuno...
Sedie nei cortili nelle case dei paesini, testimoni sempre della vita che passa; sedie povere e sedie ricche; sedie rotte, abbandonate, tradite, sostituite...
E poi ci sono le cose che ci guardano, da qualunque luogo nascosto o visibile, ci osservano.
Una volta che abbiamo scoperto quello sguardo, cupo o sorridente, non possiamo mai piú tornar a guardare l'oggetto inanimato senza vedere anche quello sguardo che ci osserva.
La piú grande felicitá é sapere che non siamo soli in questa percezione. E' sapere che ci sono centinaia di persone come noi che vedono questi stessi sguardi sparsi per le strade della cittá.
La piú grande felicitá é sapere che non siamo soli in questa percezione. E' sapere che ci sono centinaia di persone come noi che vedono questi stessi sguardi sparsi per le strade della cittá.




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